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PreSentimento 127. Tutta la vita davanti: precariato e intelligenza

Data del presentimento: 12 aprile 2008

Uno dei temi più caldi e controversi di questi ultimi anni è stato quello del precariato, e la dimensione collegata della flessibilità. Il presentimento è che la giusta visione del fenomeno non sia possibile se non si parte da una analisi profonda delle dinamiche di costruzione delle identità che hanno attraversato negli ultimi dieci anni le nuove generazioni, e che hanno stravolto la concezione stessa del lavoro, dell'esperienza esistenziale, individuale e familiare in Italia. L'approccio ideologico della sinistra (il lavoro è il centro dell'identità personale) o quello post-moderno adottato spesso dalla destra (la precarietà è il senso stesso delle nuove esperienze di vita) non aiutano. La riflessione richiede una lucidità e una capacità di osservazione ben più concreta, e una onestà intellettuale difficile da rintracciare oggi. In questa direzione l'ultimo film di Virzì Tutta la vita davanti si dimostra molto intelligente e in alcuni passaggi addirittura illuminante: la ragazza laureata con il massimo dei voti in filosofia diventa la più brava operatrice di un call-center dove vengono adottate le regole del nuovo schiavismo: basta vedere il film per capirlo. Il racconto si dipana secondo le regole irresistibili della commedia all'italiana in cui continuiamo ad essere dei maestri: si ride di gusto, si sorride amaramente. Emerge con forza il grande problema che oggi ci troviamo ad affrontare: gli schemi si sovrappongono e nessuno ha in mano la soluzione: né il sindacalista che nel film si dimostra un frustrato a rischio permanente di disillusione, né l'imprenditore rampante che nella sua pochezza fa una brutta fine. Alla fine vince comunque - e con fatica - la conoscenza, il carattere, l'intelligenza e la sensibilità della protagonista, che trova una via di uscita accettabile da un labirinto apparentemente inestricabile. Dimostrando quelle qualità con le quali dobbiamo misurarci. Il presentimento riguarda il tempo necessario per metabolizzare questa dimensione ed elaborare nuove strategie: almeno 5 anni.

Data di scadenza: 12 aprile 2013

Commenti

"Precariato, flessibilità, libertà, nuove schiavitù... vecchi e nuovi luoghi comuni".

Tema singolare questo, e difficile.
Sento però la necessità di dare la mia piccola e personale testimonianza. Perchè ci si scorda che almeno una generazione, la mia (quella che ha fatto il '77), ha in realtà "perseguito" il precariato. Rifiutandosi, o almeno provandoci, di integrarsi nelle meccaniche del lavoro della società industriale.
Ricordo ancora la notte precedente al mio primo giorno di lavoro "vero" (con un contratto a tempo intederminato, cioè) passata in lacrime. E non andavo in fabbrica, bensì in una grande agenzia pubblicitaria con un bel ruolo e un ottimo stipendio.
Per non parlare di tutti quelli impegnati in lavori più o meno creativi, dove la stagionalità e la precarietà sono la norma (cinema, televisione, radio, editoria, etc...).
Certo minoranze, ma significative.
Dall'altra parte va sottolineato come il cosiddetto "popolo delle partite IVA" (i giovani esperti del web, delle nuove tecnologie, i micro imprenditori, etc...) rappresenti davvero il nuovo 'lumpenproletariat' (in un mondo dove, allo stesso tempo, sentir parlare di lotta di classe fa venire in mente i dinosauri).
Insomma, occorre senza dubbio una nuova visione.

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