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16/06/08

PreVisione 163. Il destino dell’architettura e l’eccesso di intelligenza

Data della previsione: 16 giugno 2008

Ci sono libri troppo intelligenti. Intellettuali troppo colti. Testi troppo ricchi di citazioni e rimandi ad altri testi. In questo genere di opere, frutto di grande acutezza e capacità dialettica, esiste un problema di eccedenza. Di eccesso di intelligenza. Quasi sempre una intelligenza critica talmente abile nel distruggere tutto ciò che la circonda, da rischiare di uccidere la vita vera. Una forma estremamente sofisticata di narcisismo intellettuale. Che nel fare terra bruciata intorno a sé, trova nell’affermazione dell’io narrante una forma di estrema affermazione del sé. L’ultimo libro di Franco La Cecla Contro l’architettura appartiene a questo genere di testi – come peraltro molti libri eccessivamente intelligenti dello stesso autore. E’ una intelligenza talmente esibita da sfiorare l’ottusità, rischiando di tracimare nella spocchia. Nel libro viene proposta una ipotesi degna di riflessione, ma con un livore e una aggressività davvero fuori luogo: sembra di leggere Beppe Grillo che invece dei politici e dei giornalisti se la prende con i grandi architetti – da Gehry a Koolhaas, da Fuksas a Libeskind – per aver tradito nei loro progetti la qualità della vita e della città in nome del marketing, della moda, dello shopping, del turismo. In altre parole del business. La tesi non è originalissima e comunque degna di nota, ma andrebbe articolata e confrontata con ben altra profondità e soprattutto distinguendo tra progetti (ed architetti) caso per caso. Quando l’autore afferma che ad esempio “gli architetti di tutto questo non hanno idea, sono convinti di mettere le mani sulla città, ma le loro opere vengono inghiottite dall’indifferenza dello shopping e dalla magnifica famelicità dell’inconscio collettivo (il che avviene raramente nel modo che gli architetti immaginano, inesperti come sono della complessità del sistema simbolico che unisce città e abitanti)” ci si chiede francamente: quali architetti? Quale inconscio? Quale sistema simbolico?
La previsione allora è che al contrario di quanto sostiene l'autore, l’architettura continuerà a interpretare un ruolo fondamentale – anche in termini utopici - nei prossimi dieci anni, e che l’eccesso di intelligenza dovrà trovare una nuova umiltà misurandosi con il mondo e non solo con il proprio pensiero.

Data di scadenza: 16 giugno 2018

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Commenti

Intelligenze Sostenibili e Città come opera d'arte

Non posso che essere d'accordo con la sua visione critica della critica di La Cecla.
L'eccedenza è un concept vecchio che, inevitabilmente, trasporta ancora più indietro.
Una splendida descrizione dei danni relativi all'eccedenza nella società dei consumi e dell'informazione trovo sia quella che Baumann dà nel suo saggio di qualche tempo fa Vita liquida (Laterza, pp. 58-59), esso la analizza in questi termini:
«Subordinare la creatività culturale ai criteri del mercato dei consumi significa chiedere alle creazioni culturali di rispettare il pre-requisito di quelli che un tempo erano onesti prodotti di consumo: e cioè legittimarsi in termini di valore di mercato (valore di mercato attuale, per l'esattezza) o perire.
La prima richiesta che viene posta a offerte culturali che rivendichino validità e riconoscimento riguarda la dimensione della domanda, e se questa sia sostenuta da un'adeguata capacità di pagare. Eppure, a causa del carattere notoriamente volubile, bizzarro e volatile della domanda dei consumatori, la storia del dominio del mercato sulla cultura è costellata di pronostici sbagliati, valutazioni decisamente fuori misura, decisioni clamorosamente erronee. La strategia e la prassi di tale dominio si riducono in sostanza a cercare di compensare l'assenza di valutazione di qualità con la tendenza a sparare molto alto sopra il bersaglio e a cautelarsi contro scommesse sballate – in altri termini a sprecare l'eccesso e a eccedere nello spreco (...). Una simile strategia può essere talvolta utile per cautelarsi contro le perdite esorbitanti dovute a errori nell'analisi dei costi e dei benefici, ma ben poco potrà fare per dare ai prodotti culturali la possibilità di rivelare la propria qualità autentica se non in vista (una vista miope, cronicamente focalizzata sul 'breve termine') un'adeguata domanda di mercato nei loro confronti»

Quindi, a mio parere, la risposta all'"eccesso" di intelligenza potrà essere, tendenzialmente, solo una: riformulare le mappature di pensiero (DeBono) in maniera qualitativa, cioè mirare preciso e contenere, dove non si possano azzerare, gli scarti di prodotto.
Sinteticamente e in una sola parola (concept): SOSTENIBILITÀ.
Neanche a farlo apposta esattamente uno dei concetti che l'architettura, criticata, ha sostenuto e promosso di pari passo, se non prima, dei vari movimenti "proattivi".

Relativamente al destino dell'architettura sono fiducioso. Necessariamente fiducioso.
Ritengo che questo periodo storico si stia riformulando e ricostruendo sulla poetica della collettività in risposta alla percellizzazione ereditata dalla cultura individualistica/edonistica. Networking e collettività diverse per tipologia e dimensione, che, in quanto legate per interessi e attitudini, necessitano di codici identitari precisi e distinti.
Ecco che l'architettura dovrà farsi strumento di questa "ri"-costruzione anche, e soprattutto, attraverso una visione, che è proiezione, del passato verso il futuro.
Lo spirito che sta a fondamento di tutto ciò è una traslazione del concetto di Super-Uomo (Esistenza come Opera d'arte) alle nuove comunità e ai luoghi (persino virtuali) popolati da esse.
Un esempio importante è rappresentato dalle città-culto come Berlino, Madrid, Barcellona, San Paolo, Tel Aviv, ... , città che si sono disconnesse nell'immaginario collettivo contemporaneo dall'identificazione nazionale, in decadenza o troppo indefinita, e che, trasformandosi, sono salite a manifestazioni di "città-stato" "città-concetto" (emblematico evidenziare che quando qualche giovane si trasferisca all'estero non dica mai "Mi trasferisco in Spagna/Germania/Brasile/...", ma piuttosto "Vado a Berlino/...").

Ecco che non solo considero la prospettiva per l'archiettura di tornare pedessiquamente indietro poco applicabile (modelli antichi per condizioni globali), ma rilancio la sfida e propongo all'architettura il compito dell'evoluzione degli spazi comuni da contenitori DEI contenuti a rappresentazione e stimolo PER i contenuti (la formula non è elegante, ma spero se ne comprenda il messaggio).

In una considerazione del prof. De Bono: "per diventare dei buoni pensatori è indispensabile iniziare rappresentandosi come tali", ovvero, per diventare città del futuro bisognerà trasformarle in quanto tali per poi assistere il processo di trasformazione identitaria finale.

Questo è ciò che penso avverrà in futuro laddove qualità della vita e sostenibilità di pensiero si sposeranno partorendo, Realtà fenomenologicamente evolute.

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